La storia di Laura
Parte Settima
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Credit Immagini: Marilena Onorato in arte Lena_oart
Patrick era diventato la mia droga, vivevo dei suoi sporadici sorrisi e mi affliggevo nel vederlo triste.
Credevo che standogli vicina avrei potuto ‘guarirlo’ ma non mi rendevo conto che piano piano era lui che mi stava trascinando verso il suo ‘alone nero’ di negatività e disperazione.
Credevo che standogli vicina avrei potuto ‘guarirlo’ ma non mi rendevo conto che piano piano era lui che mi stava trascinando verso il suo ‘alone nero’ di negatività e disperazione.
Invece di essere la sua Beatrice e portarlo in Paradiso, mi sono ritrovata ad essere con lui all’Inferno. Quando si dice: ‘Per fare meglio qui giacio’, un epitaffio che calzava a pennello per la mia situazione.
Il cambiamento tra la me attiva, sempre sorridente e pronta a trovare la migliore soluzione per sorpassare l’ostacolo, e la nuova me con l’ansia costantemente attaccata al culo e l’apatia, che davvero mia nonna Ciara era una ragazzina in confronto, è avvenuto in un lasso di tempo che non supera i sei mesi.
Quando i miei nonni hanno iniziato a vedere la trasformazione di Laura in L’aura nera si sono subito preoccupati.
Stavo perdendo peso a vista d’occhio e sul mio corpo le mie belle curve stavano sparendo facendomi assomigliare ad una scopa. La notte non riuscivo a dormire e le occhiaie erano diventate Panda stile. Al lavoro ero costantemente in ritardo e facevo un errore dietro l’altro.
Stavo perdendo peso a vista d’occhio e sul mio corpo le mie belle curve stavano sparendo facendomi assomigliare ad una scopa. La notte non riuscivo a dormire e le occhiaie erano diventate Panda stile. Al lavoro ero costantemente in ritardo e facevo un errore dietro l’altro.
Il primo ad accorgersi che io, non ero più io, è stato il Dottor O’Neil, che un giorno mi ha chiamato nel suo studio e mi ha proposto di fare una sessione con lui. Io ho rifiutato perché, come ogni malato che si rispetti, seguendo il più semplice manuale di psicologia, non volevo ammettere di avere disturbi comportamentali.
Al mio rifiuto, il Dottor O'Neil ha abbassato gli occhi e con un velo di tristezza mi ha detto: ‘Laura lotta fino allo stremo delle forze per tornare chi eri. Mi mancherai in reparto!’
Al mio rifiuto, il Dottor O'Neil ha abbassato gli occhi e con un velo di tristezza mi ha detto: ‘Laura lotta fino allo stremo delle forze per tornare chi eri. Mi mancherai in reparto!’
È stato a quel punto che il mio capo ha deciso di darmi un periodo sabbatico perché in quello stato ero io ad avere bisogno di aiuto e non potevo aiutare nessuno. Al mio rientro avrei dovuto superare una prova attitudinale di idoneità per essere riammessa come Consulente Psicologa all’ospedale St James.
Mia nonna ha cercato di scoprire cosa mi stesse succedendo e quando ha capito che da quando uscivo con Patrick ero diventata uno zombie, dall’alto della sua saggezza mi disse: ‘Laura, cosa ti succede? Non ti curi più, sei sempre nervosa e apatica da quando stai con quel ragazzo... raccontami quello che ti succede’.
Quando me lo chiedeva, e lo faceva spesso, aveva le lacrime agli occhi. Io cercavo di rassicurarla ma lei vedeva più lontano di quanto potessi vedere io e non credeva a nessuna delle mie spiegazioni.
Anche nonno Liam ha cercato di parlarmi per capire cosa mi stesse succedendo, ma non riuscivo a buttare fuori neppure con lui quel peso sullo stomaco che mi dava la nausea. Non riuscivo proprio a liberarmene e vedere mio nonno supplicarmi di ritornare in me, mi ha devastato l’anima.
Anche mia cugina Serena, dall’Italia, si stava insospettendo. Di solito ci sentivamo quasi tutti i giorni, ora rifiutavo le sue telefonate perché non volevo che mi sentisse ‘giù di tono’, si vabbè, chiamiamo le cose con il loro nome: depressa.
Avevo praticamente tagliato i ponti con tutti. Nonostante ciò, ricevevo ogni giorno tantissimi messaggi da amici, dall'Italia e da Dublino, che mi chiedevano come stavo e che fine avesse fatto. Il tono dei messaggi era sempre lo stesso: ‘Come stai? È da tempo che non ci vediamo o sentiamo. Va tutto bene? Non ci fare preocupare’.
Maledicevo la mia depressione, ma la benedicevo anche perché era l’unica cosa concreta che mi univa a Patrick.
È stato quando i miei genitori sono venuti a trovarmi a Dublino, probabilmente allarmati dai miei nonni, che ho capito che quello che stavo vivendo era un rapporto malato e che l’unica cosa equilibrata da fare era recidere il cordone ombelicale che mi legava alla fonte.
Dovevo lasciare Patrick. Ma ne ero davvero capace? Dove avrei trovato la forza di non rivederlo più? In che modo avrei lasciato andare quel ragazzo che mi aveva stregato il cuore, anche se per farlo aveva avvelenato la mia anima?
To be continued

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