mercoledì 5 settembre 2018

Nata Cattiva - La storia di Carmen - Parte Settima

Nata Cattiva
Credit Immagini: Marilena Onorato in arte Lena_oart

Ritornati a Parigi la cattiveria si è lentamente risvegliata, più forte e violenta che mai. Iniziavo lentamente a capire che dovevo liberarmene perché la mia vita,  come l’avevo vissuta,  mi rendeva infelice ed incazzata sempre e soprattutto stava distruggendo l'esistenza di chi davvero amavo. 

Ma che vi devo dire? È stato più forte di me e proprio non ce la facevo a lasciare andar via la compagna di vita che mi aveva seguito per così tanto tempo. Non ho potuto fare altro che assecondarla, e a quel punto  è  davvero uscita la parte più oscura e malvagia che avevo in corpo. 

Le prime due settimane dal ritorno a Parigi le ho trascorse accovacciata nel nostro letto con un dolore lancinante allo stomaco e il buio che avvolgeva la camera. 

Quando R. tornava da lavoro mi alzavo sempre di scatto e lo aggredivo per qualsiasi motivo:

‘Hai fatto la spesa vedo? Cosa hai comprato vediamo... Cristo sei un imbecille nato lo sai che non mi piacciono questi biscotti... Ti sei ricordato di comprarmi gli assorbenti?’ 
R.: ‘No .. ma non c’erano nella lista’ 
‘Te lo avevo detto prima di uscire stamattina. Dio perché mi hai fatto incontrare questo idiota!’

Gli attacchi erano martellanti e sempre offensivi. La maggior parte delle volte lui aveva ragione e avrebbe potuto zittirmi in un secondo ma non lo ha mai fatto ed io continuavo a espandere il mio reame di cattiveria intorno a noi. 

A letto lo rifiutavo sempre e la scusa era: ‘Sei uno stronzo anche stasera mi hai fatto incazzare. Non provare neanche a sfiorami con un dito!’

Dopo due mesi di questo supplizio per R., ho toccato il punto più alto della mia cattiveria. Un punto di non ritorno dove anche San Francesco mi avrebbe mandato a fanculo. 

Il tutto accadde la sera della promozione di R. Aveva sempre lavorato sodo e soprattutto, nonostante i miei insulti gratuiti era un ragazzo estremamente intelligente e volitivo. 

Lui quella sera tornò a casa euforico e con una bottiglia del miglior champagne francese: ‘Amore lo so che non te la senti di uscire ma stasera voglio festeggiare con te ... mi hanno promosso al lavoro...’

Non ha neanche finito la frase che io l’ho guardato con l’aria da iena che punta il cadavere: ‘Cosa hai da festeggiare? Tuo padre è ricco e ti ha fatto sicuramente avere il lavoro. Avrà anche imposto ai tuoi superiori di promuoverti?’

Per la prima volta R. mi ha guardato negli occhi come un animale ferito che guarda il cacciatore che ha ancora in mano il fucile fumante. 

Quelle parole non sono state lasciate al vento e a quella ennesima provocazione R. ha risposto con un tono di voce calmo. Sono state le sue parole a farmi gelare il sangue.

‘Senti Carmen, non posso più vivere con te. Nessuno può vivere con te perché tu sei peggiore del virus che studio in laboratorio. Con lui sto vincendo io perché so come si muove e agisce. Tu sei una infezione incontrollata che giorno dopo giorno annienta se stessa e chi le sta intorno. Io ti amo ma amo anche la mia vita! E tu me la stai rovinando. Stasera dormirò in albergo. Ci resterò finché  tu non trovi una nuova sistemazione. Ti voglio fuori da casa mia il prima possibile’.  

In cinque minuti aveva già messo un po’ della sua roba nel borsone della palestra e aveva chiuso la porta dietro di sé. 

Sono rimasta seduta sul divano per tutta la notte con gli occhi sbarrati a riavvolgere il nastro della nostra storia. Rivedevo i suoi sorrisi, il suo modo di accarezzarmi la sera, prima che mi addormentassi, le sue battute mai scontate che mi facevano ridere, i nostri momenti davanti al suo caminetto a fare la bruschetta, il suo corpo e le sue mani su di me. 

Quando il sole di un nuovo giorno ha filtrato la sua luce tra le tende io mi sono alzata e ho iniziato a piangere disperatamente. Stavo realizzando che questa volta la punizione sarebbe stata più complicata di una alzata di spalle e un ‘vaffanculo’ detto a denti stretti.


To be continued 

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