Riassunto delle ppuntate precedenti:
Seconda Parte
Iniziamo col dire che io
all’anagrafe mi chiamo Romola Marietta.
La scelta di questi due nomi di
merda è stata data dal fatto che li ho ereditati dalle mie due nonne.
Al sud, dove sono nata e cresciuta,
si usa così: i primogeniti e le primogenite prendono i nomi dei nonni. La sfiga
ha voluto che io fossi la prima ed unica figlia femmina arrivata quando mia
madre aveva più di 40 anni e aveva già messo al mondo quattro figli maschi.
Per lei è stato un obbligo
seguire la tradizione e accontentare sia la madre che la suocera.
Avrei tanto voluto essere
chiamata almeno Romina, o ancora meglio Romy, anche solo come diminutivo, ed
invece no! Mia madre mi ha sempre chiamato unendo i due nomi. È così che è
venuto fuori il mio ‘diminutivo’: Rometta.
Si vabbè, sono d’accordo non è
che sia il nome più bello del mondo ma concorderete coon me che è sicuramente meglio di
Romola Marietta!
Sono nata negli anni 80 anni, in
quel periodo andavano di moda nomi ispirati alle telenovelas Americane e spagnole
e le mie compagne di scuola avevano nomi ‘moderni’ tipo: Suellen, Carmen, Sophia...
ed io con il mio nome antico e stantio, come il latte andato a male, venivo presa
per il culo costantemente dai compagni di scuola.
Fino a diciannove anni ho
vissuto in un paesino sperduto sul pizzo di una montagna a 30 Kilometri da
Campobasso, il capoluogo di provincia del Molise, quella regione italiana semi
sconosciuta ai più, perchè diciamocelo francamente, lo dico per prima io da
Molisana Doc, non ci sono grandi attrattive turistiche nella mia regione.
Gli anni dell’infanzia e della
adolescenza li ho passati in un villaggio di 280 anime, composto maggiormente
da persone anziane.
Le mie due uniche compagne di
giochi erano una cagnolina, Peggy, e una ragazzina più grande di me di cinque
anni, Salvina Santa, che divideva con me, oltre la sfortuna di aver anche lei
ereditato il nome dalle nonne, la disgrazia di crescere ‘in culo alla luna’, ossia
in un posto dove tutto sapeva di vecchio, senza escludere la mentalità ed i comportamenti
di chi abitava quel posto dimenticato da Dio.
Lì tutto rimanda ad un tempo in
cui ogni conquista della modernità, soprattutto nei riguardi delle donne, veniva
vista come un peccato da sconfiggere.
Un proverbio che sentivo ripetere costantemente
da mia nonna Romola, che viveva vicino a noi, era Chi ce
'cconge ce sconge, ossia che si acconcia diventa volgare.
Quando uso il verbo acconciare intendo
vari comportameti tutti associati all’apparenza delle donne, ossia fare la
tinta ai capelli, utilizzare una gonna con una lunghezza che non raggiunge il
ginocchio, per non parlare del trucco che rendeva la donna una poco di buono
conclamata!
Il rossetto rosso poi lo utilizzano le
puttane ed era considerato un oggetto quasi satanico dalle vecchie del paese.
Le tradizioni dovevano rimanere come
radici forti per perseverare lo status quo medioevale, ed erano fondamentalmente
le donne a portare avanti questa missione.
L’ imperativo era: la donna sta a casa
e cresce i figli, con un occhio ancora più vigile e attento sulle eredi
femmine.
Io sono sempre stata considerata una aliena da tutti, ed infondo andava bene così!
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