sabato 1 dicembre 2018

Rometta e Romeo Seconda parte


Riassunto delle ppuntate precedenti:

Seconda Parte 

Iniziamo col dire che io all’anagrafe mi chiamo Romola Marietta.

La scelta di questi due nomi di merda è stata data dal fatto che li ho ereditati dalle mie due nonne. 

Al sud, dove sono nata e cresciuta, si usa così: i primogeniti e le primogenite prendono i nomi dei nonni. La sfiga ha voluto che io fossi la prima ed unica figlia femmina arrivata quando mia madre aveva più di 40 anni e aveva già messo al mondo quattro figli maschi.

Per lei è stato un obbligo seguire la tradizione e accontentare sia la madre che la suocera.

Avrei tanto voluto essere chiamata almeno Romina, o ancora meglio Romy, anche solo come diminutivo, ed invece no! Mia madre mi ha sempre chiamato unendo i due nomi. È così che è venuto fuori il mio ‘diminutivo’: Rometta.

Si vabbè, sono d’accordo non è che sia il nome più bello del mondo ma concorderete coon me che è sicuramente meglio di Romola Marietta!

Sono nata negli anni 80 anni, in quel periodo andavano di moda nomi ispirati alle telenovelas Americane e spagnole e le mie compagne di scuola avevano nomi ‘moderni’ tipo: Suellen, Carmen, Sophia... ed io con il mio nome antico e stantio, come il latte andato a male, venivo presa per il culo costantemente dai compagni di scuola.

Fino a diciannove anni ho vissuto in un paesino sperduto sul pizzo di una montagna a 30 Kilometri da Campobasso, il capoluogo di provincia del Molise, quella regione italiana semi sconosciuta ai più, perchè diciamocelo francamente, lo dico per prima io da Molisana Doc, non ci sono grandi attrattive turistiche nella mia regione.

Gli anni dell’infanzia e della adolescenza li ho passati in un villaggio di 280 anime, composto maggiormente da persone anziane.

Le mie due uniche compagne di giochi erano una cagnolina, Peggy, e una ragazzina più grande di me di cinque anni, Salvina Santa, che divideva con me, oltre la sfortuna di aver anche lei ereditato il nome dalle nonne, la disgrazia di crescere ‘in culo alla luna’, ossia in un posto dove tutto sapeva di vecchio, senza escludere la mentalità ed i comportamenti di chi abitava quel posto dimenticato da Dio. 

Lì tutto rimanda ad un tempo in cui ogni conquista della modernità, soprattutto nei riguardi delle donne, veniva vista come un peccato da sconfiggere.

Un proverbio che sentivo ripetere costantemente da mia nonna Romola, che viveva vicino a noi, era Chi ce 'cconge ce sconge, ossia che si acconcia diventa volgare.

Quando uso il verbo acconciare intendo vari comportameti tutti associati all’apparenza delle donne, ossia fare la tinta ai capelli, utilizzare una gonna con una lunghezza che non raggiunge il ginocchio, per non parlare del trucco che rendeva la donna una poco di buono conclamata!

Il rossetto rosso poi lo utilizzano le puttane ed era considerato un oggetto quasi satanico dalle vecchie del paese.

Le tradizioni dovevano rimanere come radici forti per perseverare lo status quo medioevale, ed erano fondamentalmente le donne a portare avanti questa missione.

L’ imperativo era: la donna sta a casa e cresce i figli, con un occhio ancora più vigile e attento sulle eredi femmine.

Io sono sempre stata considerata una aliena da tutti, ed infondo andava bene così!


Nessun commento:

Posta un commento