martedì 15 gennaio 2019

La pecora Nera - La storia di Carlotta Seconda Parte

Riassunto della puntata precedente: 

Parte seconda

Ho perso il conto di quante volte avrei voluto dire: ‘Ma fatti i cazzi tuoi che campi cento anni di più. Anzi no scusa, ho sbagliato continua a farti i cazzi miei così crepi prima!’.

E invece no, ho sempre ingoiato tutto il letame che mi è stato buttato addosso negli anni.

Le mie scelte su come vestirmi, come comportarmi o cosa studiare sono sempre state di interesse pubblico.

Eh sì perché non solo i miei genitori interferivano ma anche il parentado di serpenti e vipere. Persino qui buzzurri bigotti dei miei vicini potevano esprimere la loro opinione.

Tutti avevano l’ultima parola sulla mia vita tranne che io!

Mi sono fatta star bene il liceo classico con quel maledetto latino di merda.

Una lingua morta che nessuno usa più da millenni. Rosa Rose Rosum… ma ficcatela in culo la rosa e fammi disegnare.

Ho sempre indossato i maglioncini rosa confetto acquistati da mia madre, ma le gonne no! Su quelle mi sono impuntata e dopo liti furibonde sono riuscita a convincere mia madre che i jeans erano un abbigliamento da donna.

Avevo un certo gusto nel vestire, anzi un talento, tra l’altro l’unico che possiedo, che i miei genitori non riuscivano né a riconoscere né tanto meno capire.

Sono sempre rientrata agli orari stabiliti, anche se oggi ripensandoci erano davvero ridicoli.

Potevo uscire solo il sabato e la domenica. In inverno potevo rientrare alle 7 di sera. Se partecipavo a qualche festa dovevo stare a casa per massimo le 10. In estate potevo rientrare verso le 8 e dopo cena potevo uscire fino a massima mezzanotte.

E se Cenerentola aveva l’incubo dell’incantesimo che svaniva io avevo la certezza che ogni volta che rientravo dopo una serata estiva c’era sempre mia madre seduta sul cesso con la porta aperta che con gli occhi sbarrati di chi è al ventesimo caffè mi diceva sempre la solita frase: ‘Carlotta ti sei divertita? Vieni qui raccontami?’.

Era chiaro che voleva controllarmi, voleva vedere in che stato ero, che poi io le canne me le facevo sempre ma di pomeriggio prima di iniziare a studiare. Una cannetta prima di buttarmi in quei libri tetri e noiosi mi rilassava e, secondo me mi faceva pure concentrare meglio.

Ma non era questo il mio grande segreto. Nel contesto dove sono cresciuta e con quella mentalità il mio modo di essere sarebbe stato messo alla gogna.

Meglio tacere e scappare alla prima opportunità. Affrontare la realtà non sarebbe servito che ad allontanarmi per sempre dalla mia famiglia che nonostante tutto amavo. 

To be continued 

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