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Quinta Parte
Arrivata a Londra era ancora anestetizzata da quello che mi era successo a New York.
Mi sentivo felice e piena di energie pronta a continuare la storia con Louis, appena lui fosse tornato.
Ho iniziato il mio nuovo lavoro con grinta, mangiavo sanissimo, via i muffin la mattina e daje di porridge che all’inizio mi sembrava qualcosa di vomitato poi invece mettendoci un po’ di miele o lo sciroppo d’acero sembrava mangiabile. Andavo poi in palestra tutti i giorni perché volevo essere in forma smagliante per lui.
Quando sarebbe tornato avrebbe trovato una nuova Alba ancora più bella di quelle che avevamo visto insieme a New York!
Ero determinata: Louis doveva essere mio!
Arrivato il giorno del suo arrivo mi sono vestita da super figa e sono andata all’aeroporto di Gatwick a sud di Londra.
Il suo volo quel giorno fece 4 ore di ritardo ma io avevo talmente tanta adrenalina in corpo che quelle ore le ho passate a sfogliare siti web dedicati all’inizio all’arredo di casa per poi passare a quelli di abiti da sposa.
In quelle interminabili ore che precedevano il suo arrivo mi sono immaginata mille volte il nostro primo incontro a Londra.
I nostri sguardi che si incrociano tra la folla, lui che getta a terra le valigie e poi gran finale noi che ci corriamo incontro abbracciandoci come se lui fosse tornato dalla guerra.
Il sogno è stato infranto rovinosamente da un signore anziano, seduto accanto a me, che preso da un attacco di flatulenza acuta ha tirato un rutto così potente che sembrava l’atterraggio di un jumbo nella sala d’aspetto che frantumandosi ha prodotto una puzza che la fogna di Calcutta in confronto era brezza marina.
Quello avrebbe dovuto essere un segnale, seppur maldestro, che il destino mi stava inviando. Ma voi credete che io lo abbia interpretato correttamente?
Se fosse stato così avrei magari riflettuto di più sul fatto che il ‘mio’ Louis quando mi ha visto all’aeroporto invece di buttarmi le braccia al collo mi ha gentilmente chiesto di portargli le valigie perché lui ‘poverino’ si era slogato il polso il giorno prima.
...e portargli le valigie fino a casa...e preparargli la cena, perché lui è stanco, ....e metti in lavatrice i suoi vestiti. Si insomma quella sera mi ha tratta da sguattera ma io, nella mia testa, credevo di essere sua moglie.
Manco un bacetto quella sera mi sono meritata. Dopo cena lui è crollato sul divano in un sonno comatoso con tanto di bocca aperta e bavetta sul cuscino.
Il giorno dopo in ufficio, invece di lavorare, mandavo messaggi al ‘mio’ Louis.
I messaggi erano stati letti, ne ero sicura perché era comparsa la doppia spunta blu ma di risposta non ne avevo vista manco mezza.
Neanche un semplice ‘grazie’ per l’aiuto che mi ero prodigata a dargli la sera prima.
Silenzio.
Un silenzio prolungato, per giorni, ed ostinato almeno quanto la mia convinzione che lui non poteva rispondere perché troppo impegnato.
Si trova sempre il tempo per le cose che desideriamo davvero fare. Si trova non per obbligo ma per puro diletto.
Il tempo passava e più io lo cercavo, più lui diventava un fantasma, che saltuariamente mi inviava messaggi telegrafici tipo: ‘Scusami sono super incasinato con il lavoro ti chiamo quando ho un momento di calma’.
Io al tempo, infatuata come ero, non mi rendevo conto che quella era solo una scusa patetica. Nella mia testa lui era senza ombra di dubbio sommerso dal lavoro.
Una cosa rimaneva ben salda nella mia testa: se non c’ero ancora riuscita avrei dovuto impegnarmi di più per conquistare il suo cuore.
Se avessi raggiunto l’obiettivo o no questo me lo avrebbe detto il tempo. Di sicuro io ce l’avrei messa tutta.
In gioco c’era il mio cuore ed il suo futuro.

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