lunedì 3 settembre 2018

Nata cattiva - La storia di Carmen Parte quinta

Nata Cattiva

Credit Immagini: Marilena Onorato in arte Lena_oart



La sera stessa D. non era in casa ed io ho fatto le valigie in fretta e furia.  Non mi sono degnata neanche di lasciare un biglietto e me ne sono andata tra l’altro portandomi via le chiavi di casa sua. 

Lei mi ha chiamato più volte chiedendomi se stavo bene. Era davvero preoccupata per me e mi scongiurava di tornare magari per chiedermi scusa del messaggio e chiarire. 

La mia cattiveria in quel frangente si è imposta prepotentemente e a tutte le chiamate ed i messaggio non c’è mai stata risposta da parte mia. 

In tarda serata ero già a casa di R. che si trovava di fronte all’Istituto Pasteur nel quindicesimo distretto di Parigi.

Appena entrata nel suo bellissimo appartamento ho subito assunto il ruolo della vittima cacciata a pedate senza una ragione. Gli ho buttato subito le braccia al collo e mi sono finta disperata e affranta. 

Anche questa interpretazione è stata da standing ovation. Le mie doti di manipolatrice si stavano affinando in maniera esponenziale e quella sera ho indossato la maschera della povera fiammiferaia e di tigre del materasso nell’arco di mezz’ora. 

Questo mix di vulnerabilità e ricerca di protezione unito al sesso sfrenato è stato l'asso di briscola che mi ha fatto conquistare il suo cuore. La mattina dopo R. non è andato neanche al lavoro per stare accanto a me e viziarmi in tutti i modi possibili immaginabili. 

Ha anche sfidato la sorte perché casa sua si trovava di fronte all’Istituto Pasteur, dove faceva il ricercatore, e nonostante avesse detto che si sentiva male è uscito per comprarmi le brioche calde e i macarons di cui andavo pazza. 

I primi tempi ho dovuto davvero fare uno sforzo sovrumano affinché mi potessi contenere nel non mandarlo subito a fanculo per tutte quelle attenzioni e premure che mi rivolgeva e che ai miei occhi erano un teatrino del ridicolo che proprio non riuscivo a digerire. 

Una sera quando si è presentato con l’ennesimo mazzo di rose rosse e un bigliettino con la solita frasetta riciclata da qualche libricino per innamorati non ho resistito e ho fatto uscire un po’ della vera me: ‘R. te la do tutte le sere non c’è bisogno che metti in scena questa parodia da film di Muccino... davvero risparmia tempo e soldi’. 

Appena pronunciata la frecciatina al veleno mi aspettavo una reazione stupita ed invece R. si è limitato a guardarmi e senza il minimo accenno di rabbia o vendetta ha tagliato il gambo delle rose e le ha gettate nel cestino della spazzatura. 

La serata è poi continuata come se quell’avvenimento non fosse mai successo. 

Nel tempo di momenti del genere se ne sono presentati con frequenza sempre più costante. Le mia battute al vetriolo erano in costante escalation e lui era diventato la mia vittima sacrificale. Lui, come D., non provava neanche a controbattere ma si limitava ad incassare. 

Il motivo per il quale entrambi non provavano neanche a restituire al mittente la merda che gli buttavo addosso non riuscivo a capirlo. Come facessero a tenere dentro il risentimento dopo essere stati feriti era per me il quarto segreto di Fatima. 

Se io avessi subito quello che ho fatto subire a loro probabilmente avrei armato una guerra che sarebbe bastata a far rimpiangere a lacrime amare il giorno che mi avevano conosciuto. 

E invece nulla, loro continuavano a starmi accanto. Anche D., con cui francamente mi ero comportata da figlia di puttana, continuava a chiamarmi perché non sapendo dove ero finita e non ricevendo nessuna risposta stava andando alla Gendarmerie per denunciare la mia scomparsa. 

A quel punto per non avere rotture di coglioni e non far crollare la mia storia di povera vittima con R. ho risposto ad un suo messaggio, ovviamente alla mia maniera con cattiveria e facendola sentire in colpa: ‘Hai davvero rotto i coglioni con queste telefonate. Mi hai cacciato via come una scarpa vecchia in una città straniera di cui non parlo neanche bene la lingua... Sei veramente una stronza!’

To Be Continued



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